15/05/2012

Premio Le Ninnenanne concorso Castelfiaba

Giusy Staropoli Calafati, II° classificata premio Le Ninnenannne, concorso Castelfiaba Santa Severina.

Testo premiato : ninna nanna bimbetto bambino

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07/05/2012

SUD

Quella terra

nell'Italia del sud

che volge a meridione,

ha il cielo dell'America.

E' una venere sfusa

tra le meridiane del mezzogiorno

che dormono di ora in ora sui cornicioni

dei palazzi, come gli orologi sulle torri di Londra.

Ha il colore dell'Africa

e il rantolo secco del suo calore;

lo stesso sud,

la luna dell'Etiopia.

Questa terra degli Antichi gerani,

ha il profumo del pane occitano,

il sapore grecanico delle ricotte,

il pizzo arberesh delle sue spose.

La terra del sud che finisce in basso,

ha le braccia sfatte dei "massari",

la sapienza degli orti colti delle sue donne

la maestranza dei coltivatori d'orti dei suoi uomini.

Questa è la fiera delle montagne,

il mercato rionale dei pescivendoli,

la bancarella dei torroni di Natale

l'incanto delle pecore aspromontane,

la branda del pecoraio

e l'erba delle vacche al macello.

Questa è al terra dei cimiteri "crapari"

dove hanno scritto poeti,

pittori hanno dipinto.

E' il labbro della saggezza

e la terra dei Bruzi

allattati con succhi di fichidindia

alle mammelle della Magna Grecia,

dove s'apre il cantico del mare

e danzano le ninfe e le sirene

a sud nei naviganti.

E quand'è

che cambia il cielo

quella terra nell'Italia del sud

che volge a meridione,

a sud rimane

e veglia i camposanti

dei suoi secoli

e dei suoi ulivi.

E alla sera ogni scecco

Dall’America ritorna!

 

Giusy Staropoli Calafati

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12/04/2012

RIMANERE IN CALABRIA, SUD DEI SUD PERCHE’ LA NOSTRA TERRA HA BISOGNO DI ESSERE RICONQUISTATA

……. senza Calabria nessuna Italia

Un Giorno quando ancora non sapevo chi potessi essere in questa terra mia , scelsi d’essere  poeta. Scrivere, cantare al mondo della mia terra!

E quando incominciai a incidere con inchiostro gli unici fogli rimasti, scelsi che fosse proprio la mia terra, la mia piu’ grande musa ispiratrice!

Un amore  viscerale per ogni lembo di pelle che ne racconta la sua storia, riesumando da vecchi bauli impolverati tra le ragnatele del tempo,  le tradizioni , gli usi e i costumi che hanno scritto ogni suo antico sapere.

E mi avventurai tra la punta di questo stivale tutta d’un pezzo; mi inerpicai tra le montagne scivolando senza fiato verso il mare. Feci sosta in campagna, ma poi ricominciai a girovagare. Con immensa gioia, appresi di non essere l’unica ad amare le forme  irregolari, precise, allargate, ristrette , distese e ricurve della mia terra; tanti giovani e figli di questa era spaziale fino all’estremo vivente e non, si proclamavano pronti a scavare con le mani  tra le macerie e i  cumuli dell’abbandono che della Calabria e di ogni suo singolo lembo di terra, hanno sotterrato pezzi di vita ancora viva.

 Ma quando vidi in una notte di mezza stagione, la luna in cielo senza neanche una stella, incredula di quanto mi appariva, rivisitai  la mia terra. Era sola di notte, nuda e sfollata!!

E la sua gente?

Nessuno lo diceva, nessuno lo sapeva!

E piansi per me, per quelli che non c’erano e per la terra, sedotta e abbandonata, sulla riva del suo mare. Prima o poi sarebbe accaduto!

E’ inevitabile la sorte di chi camminando in ginocchio consuma forza e  speranze.

I giovani , quelli che avrebbero dovuto  esseri gli arbitri delle nuove partite in questo nuovo millennio, quelli che avrebbero dovuto abbozzare il futuro sugli sviluppi della Calabria erano andati lontano, pronti ad  arare altre terre.

E lo capii perche’!

Era da tutta una vita che si camminava in ginocchio per le vie di questa terra , fino a consumersi tra sangue e dolore; la fatica era troppa , il dolore di piu’ e la voglia di ritornare seppur scalzi a camminare in piedi, ancora piu’ grande.

E oggi dove finisce l’emigrazione verso le lontane Americhe, dove si ferma l’emigrazione delle famiglie nei mondi colti arricchiti, si innesta gratuitamente,in questo scorcio di terra del sud, l’emigrazione delle intelligenze.

E qui trema la terra!

La Calabria e’ in ginocchio da tutta una vita, nasce e vive in un sud lontano che e’ Sud estremo e perde pure i drappi piu’ pregiati della sua dote.  

E come puo’ elevare colonne di marmo sulle quali ergere fiera la propria gloria semmai riuscisse a riconquistarla?

In realta’ un modo ci sarebbe!

Anche i giovani che senza guardarsi indietro partono verso il nord dell’industrializzazione  sanno bene quale sia il motto per la riconquista : RIMANERE E LOTTARE.

La lotta e’ qui’, al sud, che diventa la piu’ dura fatica; ma lottare e’ l’unica speranza.

Lottare perche’ questa terra merita la riconquista; perche’ e’ qui che sono profonde le nostre radici  e perche’ e’ una bandiera sotto la quale siamo nati e non si può morirne lontani.

Lottare per quello scampolo di storia che le rende gloria, e per quell’invece infinita’ di mali che la traviano ripetutamente ogni istante.

Rimanere e lottare, per quell’orgoglio che e’ innato in queste terre del sud e quella voglia di riscatto per i tanti pugni in faccia che il mondo ogni giorno da’ in maniera gratuita, facendo un gran male.

IL Sud esiste; esiste la Calabria, perche’ senza Calabria non ci sarebbe Italia.

In Calabria, a Vibo Valentia, considerata l’ultima della province d’Italia per sviluppo e capacita’ di interagire con il resto del mondo, c’e’ un cuore battente che pulsa, c’e’ il ragazzo di campagna che ha sogni grandi e c'è quel padre che batte i denti perche’ il figlio porti alto nel mondo  l’orgoglio di avercela fatta partendo da qui, dal sud dei sud, diffidando ogni vergogna e ogni rimpianto.

Ed e’ proprio per questo orgoglio, che sono i giovani che possiedono una proprieta’ intellettuale elevata,  a dover rimanere; lottare con denti e bastoni e fare che il sogno di uno  diventi il sogno di tutta una ragione pronta ad alzarsi.

 L’arte , la cultura, le tradizioni, le leggende e le storie fanno della Calabria la prima Italia.

Lottare e rimanere,  perche’...............

Resto in Calabria perche’ non rinnego mia madre terra                                                                                                                                   Resto  in Calabria perche' sotto questa terra riposano i miei padri
Resto in Calabria perche' la mia terra mi vuole
Resto in Calabria perche' quando la mia terra cade, io devo rialzarla
Resto in Calabria perche' quando la mia terra chiama io devo sentire e rispondere
Resto in Calabria perche' quando viene il forestiero dovro' raccontargli di questa terra
Resto in Calabria perche' il potere non la scalfisca
Resto in Calabria perche' il mondo non se ne scordi                                                                                                                                 

 Resto in Calabria perche' questa terra mia non si addormenti
Resto in Calabria perche' i miei sogni siano la sua veglia...
Resto in Calabria perche' la Calabria è dentro di me                                                                                                                                      
Resto in Calabria perche' il mio cuore e' legato a catene
Resto in Calabria perche' le mie radici sono piu' forti delle mie ali
Resto in Calabria perche' qui nacqui con il sapore del mosto.

 Qui che quando la vidi, io dissi: "questa e' la mia terra!".
Io resto Calabria mia, perche' qui nacqui e qui voglio che le mie spoglie un giorno sentano per sempre il profumo della tua terra.

 Ti Amo, o terra mia,

 e io, resto qui, nella mia terra:

 “quella in cui nacqui. La stessa in cui spero di morire, 

perché altri vivano dopo di me!”.

Giusy Staropoli Calafati

 

09:46 Scritto da: giusystar99 in calabria | Link permanente | Commenti (1) | Segnala | OKNOtizie |  Facebook

11/04/2012

ABITAVO UNA TERRA ANTICA

 

Abitavo una terra antica;

una di tante nate e non nate …

La terra delle spine e del sangue,

il podere delle arance e degli ulivi,

la casa della lira, la mamma degli zampognari.

Abitavo, seduta

sopra troni d’argilla

dirimpetto al suo sole.

E si disabitavano i suoi fianchi,

poco a poco.

La terra dei miti,

io abitavo;

delle sirene al canto,

dei pascoli grecanici,

dei fuochi alla montagna

dei suoi briganti al passo.

La terra inconclusa

fino all’Africa lontana,

era la mia terra!

Tramontava sulle bocche dei boschi

e s’accigliava, dentro i letti dei fiumi.

Abitavo sotto cieli rampanti,

la terra delle zolle rimosse

tra gli slarghi sdossati dal tempo,

e ricamavo su filati di ginestra,

il sapore senza tempo dei loricati,

che come anarchici, sedevano in alto,

in cima al suo cielo.

E ancora …

Abitavo la terra dei muli,

degli arcani pensieri,

di poste recitate in salmi antichi.

Abitavo senza riti,

la notte apotropaica della terra

che mentre si bruciava le mammelle

al fuoco,

il lupo, lapidava la sua storia 

e profanava, gli avi dalla tana.

Abitavo una terra antica;

una di tante nate e non nate.

La terra dei mari perpetui,
dei greggi religiosi e dei pastori.
La terra del pane e del vino,
della mietitura e della mietitrice.
La biblioteca del contadino

io abitavo.

L’abitavo e custodivo

sotto pietre e nel vento,

origini lontane di uomini;

millenni di volti ancora vivi,

preghiere antiche ritrovate nei messali.

Abitavo una terra antica;

una di tante nate e non nate.

Abitavo una casa io!

Una casa con una vecchia storia!

 Giusy Staropoli Calafati

15:40 Scritto da: giusystar99 in le mie poesie | Link permanente | Commenti (0) | Segnala | OKNOtizie |  Facebook

23/03/2012

DORMITI FIGGHJ MEI

 

Siti boccioli di rosi chi hjurinu nta la vita

siti angeli calati, venuti dintra sta casa!

Siti profumu di terra, levitu pe lu pani

Sonu di zampognari,  seculi di luvari.

 

Dormiti figghj mei, penzeri nommu aviti

dormiti figghj mei, nzonnu puru u jocati

dormiti figghj mei, cu l’angeli arriditi

dormiti figghj mei: giojuzzi addormentati.

 

Siti acejuzzi in volu chi accurcianu camini

la luci di la stija chi porta jà o Signuri

lu rumbu di li trona, rondini a primavera

l’unda janca du mari, lu raggiu di lu suli.

 

Vita chi vi criau, dintra sta vita mia

vita chi vi crisciu, vita da vita mia

vita chi vi mandau  figghj chi vi volia

vita chi mi scigghju, mamma comu a Maria.

 

Siti acqua di funtana, cantu di la hjumara

Timpi vajuni e chjani, hjuri i milli culuri.

Siti ventu di vita, trottuli casa casa

Lu jocu chi volìa, quandu eru piccirija.

 

Dormiti figghj mei, sonnu d'oru u faciti

dormiti figghj mei, paci mu ndi trovati

dormiti figghj mei, sonnu prestu u piggjhati

dormiti figghj mei: cala sonnu e dormiti.

 

Dormiti parmi d’argentu, d’oru adornati o tornu

Figgghj, suspiri e chjantu, unda di mari e ventu.

Figghj di chistu cori, figghj di lu mio amuri,

figghj senza lu nomi, vui figghj  vi chjamati.

 

Dormiti figghj mei, sant’angeli cantati

Dormiti figghj mei, angeli addormentati.

Dormiti figghj mei, sant’angeli calati

O tornu di sti figghj, vui pemmu u restati.

 

Vita chi vi mandau figghj chi vi volìa

vita chi vi scigghju, figghj da vita mia…

Giusy Staropoli Calafati

 

 

 

 

 

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29/02/2012

IL SENSO DELLA VITA

Il senso della vita e’ un insensato senso che gia’ esiste.

Nel micro  e macro-cosmo e’ il piu’ quotato senso che s’afferma in un infinito immenso che non finisce di finire mai.

Ed e’ felice il senza senso, quando si sgranella il cielo e piove e nevica e s’alza il vento che sorride e ride al senso della vita che ha un infinito senso se vive e se muore.

Come un giullare in mezzo ai verdi prati sciacqua i figli appena nati con il nome, asciuga le madri partorienti in fondo al sole, abbronza i visi candidi dei padri affaticati, orchestra i canti antichi dei grilli gia’ imbionditi e tutto e’ senso.

E’ senso l’acqua della pasta che gorgoglia sopra il fuoco a mezzogiorno, la farina che fecondano le macine al mulino, l’onda che nel vento danza a piena estate, la luna che s’atteggia tutte le notti in cielo, la rondine che danza nel suo piu’ alto volo, la pecora che munta cede latte al suo pastore, il gallo che canticchia nell’alba che s’appresta. E senza senso e’ la madre che dispera la figlia che non basta; la figlia che non trova la madre che l’ha fatta; il padre che svilisce la sua innocenza casta; la terra che s’accascia al ciel che la sovrasta. E’ tutto ha un senso, che sia di un Dio vicino o di un altro piu’ lontano il grido;  che sia su questo monte o di quell’altro ancora la neve che cade.

E’ senso tutto quanto si rende fecondo in questa vita che e’ il miglior senso che nasce dal nulla e s’alza come una foglia mossa dal vento,  e va di vita in vita.

Il senso della vita e’ quella foglia che lontana dal suo ramo, provvida germoglia anche nel vento!

E tutto ha un senso!

Giusy Staropoli Calafati

15:14 Scritto da: giusystar99 in l'infinito, pensieri | Link permanente | Commenti (0) | Segnala | OKNOtizie |  Facebook

27/02/2012

LA MIA TERRA E LA TARANTELLA

SCUOLA DI STRUMENTI TIPICI CALABRESI E BALLO TRADIZIONALE 

 

I tempi antichi rimangono l'unica lumiera che accende ricordi nella mente dei popoli che nonostante si prostituiscono al progresso che chiede il doppio di quanto si possiede, non rinnegano ne scordano i tempi dei padri e delle madri....,e nel rimpianto antico di ciò che non si ha più, ritorna solo il pianto per  un pensiero costante e inconcludente: "a undi iru a finiri chiji tempi".

 

Il sud si porta addosso da secoli, una colonna sonora che insiste prepotentemente in ogni uomo e in ogni donna perché questi siano determinati e autentici figli di una terra che partorisce menti e popoli allo stesso modo e allo stesso tempo. E’ il ritmo della tarantella, che infuoca i figli del sud e li rende praticamente tali.

Ha gente che scrive la sua storia, e ha una storia il sud, che parla della sua gente.

Non è il lupo che abbaia e morde la sua coda mentre la neve ammanta i monti nella notte  e la luna s’abbiocca tra le nuvole; è una terra che vive e che ama; è la terra delle aquile aspromontane, dei lupi della Sila, degli uomini nati nella terra.

E’ una terra nata e non nata, questo sud…

Ha il volto segnato dal lavoro, dall’essenza della vita che si conserva preziosa nel seno delle madri.

E’ una madre che allatta, questo sud che non finisce mai…

Ma è anche questa la terra traviata e trafitta.

La martire tra le terre; quelle nate e non nate e bruciate con parole.

La prima Italia è la mia terra. La terra dei miti vicini e lontani è la mia Calabria.

Una terra forte, una pietra pomice che non si allontana, l’aria in una bottiglia che non si disperde.

E’ la sabbia piena delle conchiglie e l’oasi protetta di tutti i paguri.

L’arena di tutte le arringhe; la prostituta e la prostituita; la malafemmina  e la santa.

La terra della ndrangheta e dell’antindrangheta, della polita e dell’antipolitica.

L’orto assoluto delle “ficare”, il giardino più bello delle olive, il prato reale dei fiori di fiumara.

La mamma delle zampogne e delle pipite, il podere della lira, la casa degli zampognari, la strada dei cedri e dei bergamotti, la femmina tra le femmine.

E’ una lupa che si nutre di pane antico e suoni di memoria.

C’è chi parte e non ritorna, c’è chi va e non viene, c’e’ chi viene e va e non torna. C’è chi parte, chi va e poi la mormora, povera terra mia. Che cosa hai fatto?

 

Ma quale colpa ha questo sud che non parla …

La colpa dei soprusi, del potere, che l’ha ammazzata, quando era candida la mammina dei lupi, e si sentivano le grida selvagge che dalle montagne  schiarivano fino a mare.

Ha la colpa delle sue bellezze rare, tradite.

Ha la colpa dei borboni, del Piemonte e della maledetta fame.

Questa terra arida e arsa sopra il mare, è la madre di mille e più briganti. Le sentinelle del sud,  da Carmine Crocco il generalissimo, a Ninco Nanco l’eroe; è la partigiana dei contadini senza le terre e dei soldati senza il suo esercito.

La terra crocifissa dai pregiudizi e le malelingue, affissa su tutte le carceri, sputata e derisa e mai tributata. Questa è la mia terra.

In questo lembo d’aria e di mare dove ancora cantano le sirene di Ulisse e Circe verseggia con i suoi uomini amati, serve coraggio semplicemente per vivere, muscoli al cuore per sopravvivere.

O si ama o si odia questa terra!

La patria delle intelligenze emigrate, la madre assoluta, l’eletta degli uomini rimasti vittime dell’identità perduta.

Ma la mia terra, è una madre che pretende il pane per i suoi figli; lo vuole, lo cerca, lo suda, lo lavora, lo inventa.

E’ una terra che lavora di giorno, e poi di sera balla e fa l’amore.

E la mia terra lavora di giorno, e la sera balla e fa l’amore!

Ed è proprio per l’esigenza sfrontata del recupero di una propria identità, tradita da chi con armi ha voluto segnarsi del peccato, bestemmiando la libertà del mio popolo, e di tutto un sud legato agli scrosci delle catene, che finalmente, in questi tempi di corse al ramazzo dei pani, dove son finiti i zappaterra e le mammine, si confermano più di ieri, le radici di un meridione capace di incominciare il suo recupero dalla semplicità del ballo e la schiettezza dell’amore, la cui essenza si conserva bene nelle piazze tutte le volte che un suonatore suona, un cantatore canta e tanti zappaterra  e moglie “e massari” ballano.

Si trovano cieli uguali a quelli di mille anni fa e si trova gente che rimette in uso tempi antichi, mai dimenticati.

La tarantella popolare, diventa il fenomeno meridionale capace di smuovere coscienze e recuperare storie di  intere generazioni. Dopo anni di passi e cadute, il ritmo della musica popolare si riappropria della cultura e della tradizione del popolo meridionale diventando il giogo della rinascita. Diventa il suono della libertà combattuta in nome dei valori di chi ama vivere; dal tempo dei briganti dissanguati per renderci un’Italia unita e un sud senza catene,  fino ai nostri giorni dove son finite le zappe e pure la terra.

Incomincia proprio da qui il viaggio di un popolo che trova nel ritmo antico di vecchi strumenti, nel sapore del passato e nel ricordo dei nonni, una forte identità, del tutto inattaccabile.

Il fenomeno della tarantella, riportata alla luce da uomini e donne di questa Italia terrone e minore, sembra echeggiare in ogni dove. I suoni amabili della lira e della chitarra battente diventano ricercati anche oltre i confini del meridione, constatando che Cristo non si è fermato davvero a Eboli, ma delle sue bellezze ha dato rarità anche a questo sud che di sognare non ha smesso mai.

E la tarantella del meridione che in maniera gratuita, libera la mente mandando in delirio i piedi e il corpo, trova amanti anche fuori confine. Si balla tarantella al centro, al nord, in Europa, in America.

Il riscatto dei briganti, pare tutta una musica; una musica popolare.

E’ il ballo della gente, la musica del popolo, la tarantella.

E’ maledetta la tarantella se entra in circolo il veleno scorre in modo circolare e se pizzica anche il cuore, mamma mia che dolore.

E’ maledetta e pure bella, è del sud della gente, la tarantella.

E’ popolare e pure meridionale, è un ballo di fuoco e profuma d’amore.

Quando si sente la terra tremare è il sud che suona, che canta e che balla la taranta popolare.

Sfata ogni mito e ogni maldicenza questo ritmo indiavolato, questo veleno e questa tormenta. Chiama nelle piazze gente d’ogni razza, ogni suono scrive il nome di una festa.

Non è come crede qualche settentrionale, questa danza tradizionale. Non è la musica e il ballo d’onore, non è della ndrangheta, né dei padrini, della società onorata, né della santa imboscata.

E’ la mia e di tutta la gente, della mia terra e del sud quotidiano: quello che vive, che lavora e canta.

E’ il finale di giorni di duro lavoro, del sudare dei campi, delle mani spaccate, delle spine pungenti: “e a sira tutti quanti ad abballari”.

E’ il ballo che per cominciare ha bisogno di un “mastru i ballu”, il quale mentre la gente vicina”faci rota”, chiama nel cerchio due persone a ballare e “fora u primu”., questa danza tradizionale.

 Il “mastru i ballu”, non è un malandrino, maè il contadino che “travagghja” ricurvo nei campi, abbeverandosi senza acqua e di sudare.

Ecco cosa racconta la tarantella del sud: la vita dei contadini e dei pastori, dei “massari”e della terra, delle spine e del sangue …

 

La danza eleva in maniera ancestrale le movenze del corpo che si assoggetta in maniera singolare ad una musica antica e forte, capace di rendere emozioni in tutto un attimo. La tarantella rimane dunque la colonna sonora dei più grandi viaggi nel sud dei briganti....

 

Non vi è altro modo migliore per concludere, dicendo che è possibile riappropriarsi di se stessi solo scandagliando fino all'abisso delle viscere il proprio passato, ricuperandosi su tracce antiche. In questo mondo rinnovato e sempre vecchio non esistono aste ne mercati rionali o banditori capaci di commercializzare tradizioni, le quali diventano l’unica preziosa merce di scambio con altri popoli, ampliando confini e culture.

 "e ballamu a tarantella tutti a rota e cantamu li stornelli di na vota, nu sonu chi ndi libera la menti, sentiti su tornati li briganti"!

Il brigante, non ha mai lottato per se ma per la libertà di un popolo intero e per essere liberi non basta cambiare padrone…

La tarantella non ha padroni, è della gente e la gente è della tarantella. Ed io che sono nata in questa terra minore, nata terrona in questo sud, meridione dei briganti, vivo libera mentre, so d’essere della mia terra, di Dio e della tarantella.

…e la mia terra, è una terra popolare che vive di gente, cultura ricordi e forte tradizione …..

Giusy Staropoli Calafati

16:26 Scritto da: giusystar99 in calabria, cultura, Tradizioni | Link permanente | Commenti (0) | Segnala | OKNOtizie |  Facebook

24/02/2012

OI SORU (alla mia sorellina)

 

Oi soru soru, anni chi passaru
e i chista facci nenti ti sconzaru.
Mi pari ajeri chi jo t'annacava
e a n'annu a vesticeja t’acconzava.

Quandu i luntanu ti vitti arrivari

Non nd’eppi chjù paroli pe parrari

Eri na palumbeja senza pinni
mu si na signurina cu li panni.

Ntesta nd’hai capilli chjù di centu

Dui occhj a culuri di l’argentu

La peji comu a na frunda i luvara

D’amuri tu nd’hai chjini tri panara.

All’intrasatta ti vitti crisciri

Comu nu pedi i vroccola spicari

E moni porti puru la gunnella

Figghja di Dio e di la tarantella.

Mi nd’arricordu tempi chi finiru

E puru chiji chi doppu cuminciaru

Chi a sorima la beja la pasciru

E i piccirija randi ma portaru…

O soru mia, moni chi nd’hai li pinni

E ti movi comu allu ventu i canni

Si nd’hai u ti spagni quandu faci sira

Basta u mi chjami e sorita si gira.

                                                                                                          Giusy Staropoli Calafati

15:38 Scritto da: giusystar99 in le mie poesie | Link permanente | Commenti (0) | Segnala | OKNOtizie |  Facebook

15/02/2012

LITTARA O 'RE (prima classifcata sez. narrativa premio letterario dialetto e lingue minoritarie di Calabria- dialetto Calabria centrale-)

 

 

Oi genti, tutti quanti, stacitimi a sentiri , mò dicu chiju chi ‘ncunu non vozzi mai diciri, ca io chjù non mi spagnu di re, né di burbuni, ca sugnu brigantessa e nuju m’e’ patruni.

Non vogghju chju’ mu sentu lamenti strati strati, non vogghju mu si cianginu li figghj e mancu i patri, non vogghju mu si dici ca nui meridionali simu na malarrazza chi s’avi di scacciari.

Patrini nostri, furu tutti li briganti, ma certu non vol diri ca simu malamenti, pecchì ‘ndi difendimmu quand’e’ chi comu bratti, volenu u ‘ndi scacciannu ca i cunti eranu fatti.

Allura vui veniti, cca’ ‘mmenzu e fati rota, ca io vogghju mu parru di tempi di na vota, vogghju ca u piemontisi chi sbertu ‘ndi scacciau, mu sapi ca di briganti non si ‘ndi libarau.

 

Nta l’occhj avimu sangu e dintra o pettu  u cori, ballamu nta lu ventu comu all’unda di lu

 

mari, e senza ‘mpedimenti mu si pò parrari, briganti tutti quanti ‘ndi continuanu a chjamari.

 

Allura o maistà stacitimi a sentiri, ca cuntu a vuci ata, chiju chi vi vogghju diri:

 

“…na vota nc’era cui ‘nc’era, gatta corda e na lumera; nc’era na terra cu na bandera chi u suli  e a luna la guvernava.

Era l’Italia di li tanti genti: piemuntisi, burbuni e puru briganti.

 

‘Nc’era na terra cu tanti atri ancora, chi mò si a viditi non pari com’era; subba lu pettu ‘nci hjurenu hjuri e subba la vucca  giardini d’amuri.

Avìa  salotti pé gran signuri, palazzi di la scola e tavuli i baruni, ‘nc’eranu puru leggi di regnu e tribunali, genti di ‘rrazza, fimmani e omani d’onuri.

Era n’Italia spartuta a dui anti: chija du Piemunti e chija du briganti.

 

‘Nc’era nu regnu di l’atri spartutu, chi mu dassanu sulu ‘nci parìa peccatu; era u meridiuni cu munti e cu hjumari chi all’art’Italia volìanu attaccari.

Nu jornu all’intrasatta e all’ammucciuni mandatu  du Piemunti e nò burbuni, vinni tuttu armatu un cumbattenti,  mu pigghja possessu, mu talìa sti genti.

Allarmi, allarmi, allarmi, venìa Peppi Garibaldi, cumandanti i spedizioni, venìa cuntra o re burbuni.

Senza scrusci e mancu trona, u regnu di Sicilii perdiu a curuna, u meridiuni cangiau la storia e L’Italia signau a prima vittoria.

Spartuta a dui anti s’apria a n’anta sula mentri morenu briganti e burbuna.

Eranu milli e jeranu tanti, apposta i mei moriru tutti quanti.

 

E moni chi atru non pozzu chjù fari, cu carta e calamaru mi vogghju libarari. O re, cu forza vogghju mu ‘nci scrivu comu ‘nta sta terra, brigantissa vivu.

“Sua maistà eccellenti, chi curuna vi dezzaru tutti li genti, vi cercu pe’ mia n’urtima udienza, mu lejiti chiju chi scrivu pe vostra eccellenza.

A chiji tempi volìa u ‘nc’eru io, ca sugnu brigantissa e sugnu i Dio; volìa di bon cori mu potìa presenziari alla spedizioni di l’eroi nazionali, chi vinni all’intrasatta e all’ammucciuni e di garzuni vi fici patruni.

Volìa mu ‘nc’eru e di tutta chija genti, nommu restavanu mancu i lamenti. A na jestima mu venenu ‘mpenduti, mu si mangiavanu comu cani affamati e futtuti. Ca la mia genti chi volìa verità, moriu pa jestima di la libertà.

 

Oh vostra maistà, che nto nord vi ‘ndi stati, pecchì no cu hjuri ma cu armi minati?

Chistu era un regnu chi di genti era preju, nc’eranu Madonni e Bambineju.

‘Ccà s’ammucciava u briganti terruni, ‘cca’nta stu pezzu di meridiuni.

Chista era a terra che mentri penzava, ‘nta mari affucava e a galla tornava, pecchì lor signuri assassini e cumandati, venìanu ammazzati di briganti.

‘Ccà sutta, u brigantaggiu non era un terruri, ma na difesa e giardini du hjuri, adduvi la genti du meridioni, criscìa intelligenzi i l’Italia minori.

Ma vui o bella genti, vui o piemontisi, chi vi dunastivu pe  ‘mbrogghj e francisi, ‘nci pigghjastivu onuri e dignità a sta genti, chi pe morti e massacri fu chiamata briganti.

E’ cu orgogliu allura, chi io moni scrivu, du meridiuni chi mi campa e chi vivu; scrivu da genti chi vali e chi cunta, di soni soi battenti e da taranta;  scrivu di un sud chi doppu i Garibaldi, perdiu  cristiani, storia e tanti sordi.

Scrivu i nu ritrmu, chi si queta, ‘mpaccisci, di nu tamburellu chi chjù forti poi agisci; scrivu da muzzicata di la taranta, di la tammurriata chi balla forti e poi canta.

Vi scrivu, o maistà, di nu ritrmu potenti, chi pizzica tutta la mia bella genti, vi scrivu i nu sud chi non si poti scordari e si senti ancora chju’ meridionali.

E mo’ chi l’Italia si fici una, a terra mia non voli chjù vastuna, voli mu vaci ntò celu chjù atu, a musica nostra nommu eni peccatu, pecchì mai si fermanu a sonu li dita o ritmu ndiavulatu da nostra vita.

Battinu subba a chitarri e subba a tamburi, battinu pugna forti e ritrmi chjù duri. Battinu forti pè l’indipendenza arrobbata, a nomi di burbuni e di la tammurriata.

Eccellenti maistà, mo u sud si rivota, non voli mu paga i cunti i na vota, pecchì chista unioni chjù assai fami portau, e sulu pinnacchj st’Italia dunau.

Ma nui simu genti chi non s’arrendi, apposta pé sempri chiamarannu briganti; a Milanu e Torinu chjamarannu terruni: chiju sud chi mancandu fà cadiri l’unioni.

...chista è la terra du meridioni!

La terra chi o prezzu da libertà, dezzi a l’Italia la soi unità.

O vostra maistà, sulu chistu haju i diri, la nostra storia non po’ certu finiri, né si po’ scordari lu meridioni: di burbuni, briganti, storia e tradizioni.

 

... e siccomu l’Italia ‘ndi jungiu alla corti, mò simu italiani ‘nzinna alla morti.

 

“(...) 1861 pe’ meritu o pe curpa i ‘ncarchi d’unu, l’Italia dichiara la soi unità e du sud sarà chiju chi sarà”...

 

Viva L’Italia e la soi unità….

Giusy Staropoli Calafati

 

 

 

 

 

 

 

 

09:36 Scritto da: giusystar99 in calabria, narrativa | Link permanente | Commenti (0) | Segnala | OKNOtizie |  Facebook

13/02/2012

L'AMURI VERU VENI DI L'AMURI

Mi dissaru ca non si pò campari

Tutta la vita senza di l’amuri

Non si ndi trova u si poti accattari

Ma nta vajuni e timpi pò nesciri.

Cu portafogghj a mantici e miliuni

Chij genti chi du mundu sù patruni

Sù povari e mpurrutu hannu lu cori

Ca non sannu comu poti u si pò amari.

Cu petra e caci non si pò murari

Cu lama e lima non si pò tagghjari

Si je’ cojizza non si po’ cacciari

E malu cori non ‘ndi sà teniri.

 

Li fimmani lu cusinu a ricamu

E l’omani u macinannu allu mulinu.

E’ duci comu sù li ficu i hjuri

E’ preju comu acqua di hjumari.

Non c’esti casa chi non lu po’ aviri

Mancu mal’occhiu chi lu po’ adocchjari,

alla hjumara è cantu i lavandari

pe  jembuseji sù cuntentizzi rari.

Mi disssaru ca mu si pò sentiri

Avi mu mina botti subba o cori

Avi mu pista cu santa ragiuni

Comu nu campaneju ha di sonari.

 

E mu si po’ na donna nnamurari

Avi mu trova n’ominu d’onuri

Mu si la pigghja e mu si fa giurari

Subba allu pettu soi, subba st’amuri.

Ma io no criju a chiju chi sentu diri

No sacciu si jè veru stu parrari

Ca esti cosa chi po fari mali

Esti na rosa russa cu li spini.

Nta notti scura ti duna turmentu

Ti caccia hjatu e ti faci cuntentu

Ti menti in cruci comu nu Signuri,

i patri e nostri ti faci scordari.

Oi malasorti, guai, cu e’ chi nò l’avi

Ca nd’hannu u cori povaru d’amuri

Ca comu fannu i lupi di li munti

Sù comu li briganti a passi lenti.

 

 E io chi vogghju mu trovu l’amuri,

ammenzu all’ortu mio u vogghju chjantari.

Cu nu catinu u vogghju abbivarari

Amuri, di na ‘rrama u po nesciri.

Ma si di frunda nesci e no fà hjuri

E’ megghju mu s’atterra e pemmu mori

Ca schiatta comu schiattanu i cicali

Cu mai fici l’amuri e parra mali.

  

‘Ncannolu carta canta e sà diciri,

a tutti  ca d’amuri si po’ amari…

Iju non si vindi e non si pò accattari,

ca sulu cu lu poti lu po' aviri

e non canusci povari e baruni

e cui nd'avi sumenta, u po’ chjantari!

 

 L’amuri no si vindi e no s’accatta

No faci seru e no faci ricotta

Pungi comu la spina i na ruvetta

Cumpari ‘nta la vita all’intrasatta.

 

 L’amuri veru veni di l’amuri,

E no si vindi e no si po accattari.

**** © Giusy Staropoli Calafati  

19:49 Scritto da: giusystar99 in amore, le mie poesie | Link permanente | Commenti (0) | Segnala | OKNOtizie |  Facebook

10/02/2012

ALLA FINE DEL SUD


L’autostrada alla fine del sud
era rovente.
Indossava una maschera antica,
la terra dei miti
vicini e lontani.
Ardeva fuochi in montagna,
la mammina dei lupi
morti ammazzati.
Poi, vestita di bianco
invernava
sugli sterri spinosi,
e alla fine del sud
sudava sangue la neve
e la sua lunga fatica,
era già l’estate.
E rovente era
l’autostrada
alla fine del sud.


Giusy Staropoli Calafati

11:08 Scritto da: giusystar99 in le mie poesie | Link permanente | Commenti (0) | Segnala | OKNOtizie |  Facebook

02/02/2012

QUELLA MADRE ERO IO... (tratto da "Una corsa per la vita" di Giusy Staropoli Calafati)

Mia nonna, amava raccontarmi cose antiche, mi diceva che un mondo rinnovato rimane sempre vecchio e io con questa consapevolezza avevo deciso di allevare i miei figli. Come le radici degli alberi che crescevano lungo il fiume, avevo deciso di nutrirli, bagnarli, lavarli ogni istante della loro vita.

Ero nata per essere madre, io!

Ero nata per essere madre e quello che volevo era far nascere ognuno dei miei figli dalla mia vita proprio come accadeva!

Mia nonna mi diceva sempre: “ Povera quella donna che non sarà mai madre”. Ora, solo ora capivo bene il significato di quelle parole. Capivo il dolore e la gioia che completavano la femmina dell’uomo rendendola donna. Una donna che non aveva provato sul suo corpo e nel suo cuore il brivido della madre, forse era donna per metà. Perché una donna dona tutto di sé, deve lasciare a ogni costo tracce che la ricordino, ha bisogno di figli che la seppelliscano, di cuori che la incoronano. E’ una macedonia di carne che ha l’essenza dei figli, il gusto della vita e il cuore della madre.

Io ero una donna!

Essere madre mi rendeva felice, mi totalizzava il massimo dei punteggi, mi aiutava a finire tutti i puzzle più aspri e meno agri, dalle immagini incerte, indefinite, dove i colori sembravano mimetizzarsi uno con l’altro e si rendevano limpidi, proiettando immagini trasparenti pronte a essere vissute.

Io  mi ispiravo solo dai miei figli; e l’ispirazione più grande fu il parafrasare la vita sotto forma di un idillio: dandole la possibilità di vivere.

Ero nata anch’io, proprio come loro!

Dal ventre di mia madre io e dal mio ventre loro. Ero nata, perché come fece mia madre, io moltiplicassi la mia vita. E contando e ricontando, io, ero l’unica madre, che i miei figli avevano scelto. E l’avevo moltiplicata bene la mia vita fino all’ultimo risultato, che contava carne e non numeri folli.

Non ero l’alchimista del laboratorio di genetica impiantato per caso a casa mia, ma ero una madre per la vita: ero la loro madre.

Li coloravo uno ad uno. Versavo colori nei loro occhi tutti giorni fino alla sera. Alleggerivo le loro mani soffiando le polveri più sottili, assottigliavo le loro bocche coprendole di baci.

Gli parlavo anche in silenzio, gli sorridevo senza schiamazzi e li cullavo tutte le notti. Gli sussurravo le mie paure e le incertezze le rendevano certe tutte le volte che naufragavo nelle loro dolcezze.

 Mi chiamavano”mamma” e quella madre ero io!

 

S’alza il sole

e ha gia’ un senso

il giorno mio.

Il giorno di mia madre

e’ il senso mio,

quando m’allatta al seno

e al petto m’addormenta.

Che senso ha mia madre?

E’ il senso della vita, lei,

quando mi pettina al mattino

e lega le mie trecce ai fiori.

Come profumano quei fiori!

Son  del suo orto fiorito…

Poi, mi lava al fiume della vita

mia madre,

che scorre lungo il letto del suo cuore

e incipria i miei pensieri d’acqua fresca.

Son bambina al suo ruscello,

a quello di mia madre,

che rumoreggia come l’aria

dentro un colpo d’ala.

E volo in questo senso immenso

che e’ la vita.

Quanto senso ha il senso suo

dentro il mio tempo,

anche se non lo tocco

e non lo so’ vedere.

Mi sfiora, come un’onda

urta lo scoglio

questo senso che ravviva.

E’ il senso della vita, questo,

quella gran corsa al pozzo

che mette nel catino della donna,

la stessa che ha il volto di una madre

questa vita che ha gia’ un senso

dal mattino,

quando incomincia

il giorno di mia madre

che e’ il mio giorno

il giorno della vita.

E’ questo il senso,

il senso della vita!

Giusy Staropoli Calafati

 

16:31 Scritto da: giusystar99 in narrativa, pensieri | Link permanente | Commenti (1) | Segnala | OKNOtizie |  Facebook

17/01/2012

A mamma Natuzza

A mamma Natuzza dui paroli scritti a manu u ventu u nci li porta chjanu chjnau, ca n'atru mbasciaturi io no trovai, mu nci li leva sti paroli mei.....

08:54 Scritto da: giusystar99 in le mie poesie | Link permanente | Commenti (0) | Segnala | OKNOtizie |  Facebook

III° POSTO CONCORSO REGIONALE POESIA DIALETTALE

14-01-12

Giusy Staropoli Calafati si classifica al terso posto al premio regionale di poesia dialettale in provincia di Vibo Valentia.

Con la lirica Paroli Calabrisi, la giuria, presieduta da personaggi legati al mondo culturale e letterario, ha premiato la poetessa Briaticese per il secondo anno consecutivo confermando un terzo posto sul podio della poesia in vernacolo calabrese...

PAROLI CALABRISI

Paroli si ‘ndi dinnu tanti assai,

paroli calabrisi cu non d’ha dittu mai?

Cu a gugghja e u filu avogghja u si ‘ndi cusi,

parinchinu li buca e li partusi.

 

Su scritti cu la pinna e scritti a manu,

scangiati ‘ntornu a rota e allu tilaru.

‘Nte’ libbra di maistri sugnu misi

comu satizzi a canna sugnu ‘mpisi.

 

Paroli chi a parrari sugnu assai,

chju’ si ‘ndi dici chju’ non fìninu mai.

E si a rima, na chitarra i ‘mpendi e cordi,

si dassanu i cuntari puru i sordi.

 

Paroli calabrisi e chi cuntati,

stramenti chi dija sona e vui cantati?

 

‘Ndavi duci e puru amari assai

chi a vucca araggia e non si queta mai.

‘Ndavi chi d’amuri su acconzati

comu cu maistria sardi salati.

 

‘Ndavi chi du scornu arrussicannu

ca parri e non lu sai si fannu dannu.

Ca ditti sugnu senza sentimentu,

paroli su’ arraggiati di turmentu.

 

Eppuru, su’ paroli di na vota

chi i dici lu figghjolu e a maritata.

Li dici a schietta, u previti e u baruni

ca sugnu paroli chi ‘nd’avi a miliuni.

 

‘Nd’avi pe’ li poveri e puru pe’ li ricchi

pe’ li sventurati e ‘nd’avi puru pe’ l’affritti.

‘Nd’avi chi alli voti cadinu da cruci,

chi poi tornanu ‘mpisi e fannu luci.

 

Si dinnu cu nu sonu e n’atru ancora,

secundu i ‘dduvi veni la parola.

Po’ esseri i muntagna o di marina,

ditta a denti stritti o a vucca chjna.

 

Paroli calabrisi su’ fjuri d’ogni misi,

paroli su’ di vantu e d’amuri a stu’ paisi.

E vui chi pe’ lu scornu chju’ non di diciti

scordativi i sta terra e chju’ non ‘ndi parrati.

 

Scordativi di ‘dduvi nesciru sti paroli

i ‘dduvi la mammina vi fici parturiri.

E si vrigogna vi veni mu u parrati,

u calabrisi, vi pregu, non lu mantugati.

 

Ma nommu avissi u aviti nostalgia,

“ah, la parrata di la casa mia!”

Ca mancu chju’ lanzola nci su ‘mpisi

pemmu  u ‘ndi scriviti  paroli calabrisi.

 

Io calabrisi su’ e d’accussi’ parru

senza mu mi pigghju tantau d’arru.

E quandu vogghju u cuntu i stu paisi,

 lu fazzu cu paroli calabrisi.

 

Cu chista vucca in calabrisi cantu

E di sta terra io ‘ndi fazzu vantu.

Paroli allu capizzu ‘nd’haju ‘mpisi

e sugnu tutti paroli calabrisi.

Giusy Staropoli Calafati

11/01/2012

CUI TI L'HA DATA

 

Cui ti l'ha dati st'occhj chjni d'amuri?

Mi l'ha dati lu Dio chi faci tanti criaturi.

L'haju canusciutu ‘mmenzu l'angeli in sonnu

ca tutti li terri vidiri no ponnu.

Mi l'ha dunati nu grandi maestru

chi faci facci sempri in modo diversu.

Li faci janchi e li capiji dorati ,

li faci gialli e l'occhju chju’ ammareggiati.

Di li culuri scuri comu la terra,

li faci in paci e puru in tempu di guerra.

Cui ti l’ha data sta facciuzza lucenti?

Mi l’ha dunata lu Dio dilli genti.

L’haju vidutu ‘nta na notti fatata

Chi puru la luna restau appiccicata.

Mi l’ha dunata senza tanti paroli

Chi puru lu mari ‘ndi misi culuri.

Ammenzu lu suli pigghjau lu chjaruri

E puru ‘nta l’occhj jettau atri culuri.

Cui ti l’ha data sta vucca chju’ duci

Mu duna paroli e nu milioni di baci?

Mi l’ha dunata lu sinu i Maria

Ca nci su’ figghja puru a sta mamma mia.

Mi l’ha dunata pecchi’ gia’ nc’era scrittu

Ca lu Signuri a dia nci l’avìa dittu.

E cui mi l’ha data sta vita mia bella?

Mi l’ha dunata lu Dio di tutta la terra.

Io l’accettai e fui criata d’amuri

Fui modellata di li mei genituri.

Ora chi sugnu mamma comu a Maria

A Dio ‘nci la rendu tutta sta vita mia.

Addinocchjuni portu vucca , occhj e facci

E si mi li dassanu nu pocu di stracci.

E a chju Dio, ca tutta a mia m’ha criatu

Cercu perdunu pe’ ogni peccatu.

Chi t’ha dunatu lu Dio di lu cielu?

A mia m’ha dunatu nu randi misteru.

Senza u si vanta e cu randi maestria:

la vucca , l’occhj e la facci: “tutta la vita mia”.

 

Giusy Staropoli Calafati

 

 

10:05 Scritto da: giusystar99 in le mie poesie | Link permanente | Commenti (0) | Segnala | OKNOtizie |  Facebook

05/01/2012

A 'MBIDIA

Si a ‘mbdia fussi guajara e no jimbu
Ognunu i cazzi soi si farria o mundu.
Si fussi jimbu e gobbi u nd’avi assai…
Oh malapasca, chi mundu di guai!
Amaru cui di ‘mbidia eni arriccutu,
ca lu mastr’ossu soi, s’avi spruppatu.
Comu nu cani, sulu e m’poverutu,
‘Mmenzu nu mantu nigru è arrivotatu.
A ‘mbidia avi mu crepa e mu si futti,
i canneji i l’anchi tutti mu si ruppi.
Di ‘ncoju mu si menti nu tavutu,
comu ‘ccappottu i lignu ‘mbuttunatu.
‘Nd’avi lu cori ciuncu, lu ‘mbidiusu,
ca pari n’ovu quand’è cuvatusu.
Pari nu maravigghja senza cuntu
Di  pinni si ‘ndi sciuppa centu a centu.
‘Mbidia nd'avi cui ‘ndi fa peccati,
e vorria mu vidi i genti sdarrupati.
Mussu e dinocchja pemmu u su conzati
di lu gudeja mu sugnu ‘ngruppati.
A ‘mbidia faci trizza e s’arramazza,
panara e cofaneji non ‘ndi ntrizza.
Allu craparu, li crapi ‘nci ammazza,
allu massaru nu focu ‘nci attizza.
O pecuraru ‘nci mangia i ricotti,
alla cummari ‘nci russica i petti,
e l’acciupreviti quandu va alla missa
‘mbidiusi chjù di centu ‘ndi cumpessa.
L’assorvi di peccati e tagghja curtu,
ca a ‘mbidia avi la cira i n’omu mortu.
E si cu tia si curca ‘nta lu lettu…
‘mbidia ti leva, e ti teninu luttu.

Giusy Staropoli Calafati


 

15:47 Scritto da: giusystar99 in le mie poesie | Link permanente | Commenti (0) | Segnala | OKNOtizie |  Facebook

31/12/2011

GRAZIE A TUTTI!

Grazie a tutti!

Grazie a chi mi chiama col mio nome

A chi mi porta il sole anche se piove.

Grazie a chi ha costruito la mia culla

A chi mi ha insegnato a calciare una palla.

Grazie a chi ha diviso con me le figurine

All’amica che giocavamo da bambine.

Grazie a chi mi ha massacrato il cuore

A chi mi insegna Dio e parla dell’amore.

Grazie a chi mi ha colorato di marrone

A tutti quelli che mi hanno voluto amare.

Grazie a chi ha estratto il mio biglietto a Natale

A chi ha letto la mia poesia più banale.

Grazie a chi ha bevuto acqua insieme a me

A chi sa che non bevo e mi ha offerto un caffè.

Grazie al prete che mi ha confessato

A mia madre che mi ha partorito.

Grazie a quell’amico che non ha preteso

A quell’altro che mi ha giudicato.

Grazie a mio padre che ci ha sempre creduto

A quel signore che non ho conosciuto.

Grazie all’editore che non mi ha letto

A chi ha aggiustato il mio mondo disfatto.

Grazie a mio nonno che non è morto mai

A te che ti voglio bene e non lo sai.

Grazie a chi mi ha detto grazie senza fare niente

a chi mi ha dato una carezza gratuitamente.

Grazie a mio figlio che mi chiama mamma

A sua sorella che adesso è già una donna.

Grazie a chi non mi ha mai fatto  un regalo

All’aquila che mi fa volare sul suo volo.

Grazie alle rondini che vengono a primavera

Alla luna che splende quando si fa sera.

Grazie alla notte che porta buon consiglio

A chi non sa capire ciò che voglio.

Grazie a chi non mi ha mai sopportato

A chi da bambina mi ha picchiato.

Grazie al mare che non si sa fermare

Alla musica che sa farmi ballare.

Grazie a chi con me ha creduto di fare

A chi gli sbagli non mi sa perdonare.

Grazie ai parenti che non sanno che esisto

A chi mi ha guardata e non mi ha visto.

Grazie a chi ha imparato dai miei errori

A chi dalla sua casa mi ha cacciata fuori.

Grazie a chi con  me non vuole parlare

A chi mi ama e mi vorrebbe odiare.

Grazie al fruttivendolo che mi porge l’uva

Alla gallina che cova le sue uova.

Grazie a quel gallo che quando s’alza canta

A chi stornelli antichi mi racconta.

Grazie alla maestra dell’elementare

A quel sorriso che mi ha insegnato a dare.

Grazie al fornaio che mi vende il pane

A chi non me lo dice e mi vuol bene.

Grazie all’operario che lavora anche per me

A ogni madre e a quel figlio che non c’è.

Grazie a quel soldato che anche per me è stato ammazzato

Ai compagni di scuola che all’esame mi hanno suggerito.

Grazie allo scrittore che mi fa leggere il suo libro

A chi mi porta la posta e pure al fabbro.

 

Grazie a chi ha fatto la torta al mio compleanno

a chi ha passato con me ogni fine e inizio anno.

Grazie a chi prega per me e non ha voce

A chi mi guarda negli occhi e mi da pace.

Grazie a tutti gli amici che non ho

A chi mi ha condannato e non lo so.

Grazie a chi per strada non mi saluta più

A chi ha passato sul mio indirizzo inchiostro blu.

Grazie a chi mi ha fatto lo sgambetto per cadere

A chi si è fermato alla mia bancarella per comprare.

Grazie a chi sto bene come sto

A chi mi dice si, e a chi mi dice no.

Grazie chi ha fatto il crocifisso appeso sul mio letto

A chi ha costruito la bambola che mi hanno rotto.

Grazie a Gesù bambino che mi cerca per giocare

Alla sua mamma che da me lo fa venire.

Grazie ai bambini che ho dentro la mia casa

A chi ha scritto per me favole rosa.

Grazie a chi ha fatto il mio velo da sposa

A chi ha fabbricato la mia casa.

Grazie a tutti quelli che sono amici miei

a chi non mi conosce,

… e grazie pure a tutti voi.

Grazie a tutti!

Giusy Staropoli Calafati

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21/12/2011

A NACA

Natività

Preparatinci na naca po Signuri

ca la soi mamma sta pé parturiri.

Mu sannu tutti quanti li pasturi,

ca u bambineju staci pé veniri.

Avi li dogghj la bella Madonna,

e subba nu ciucciareju, alla capanna,

la porta chiju Giuseppi, caru mio,

ca patri du Missia lu fici Dio.

La nivi scindìa lenta di li munti

Vinnaru u s’addunanu li santi.

Sant’angeli calaru allu soi tornu

ma pani non ‘nd’avia, non c’era furnu.

Sant’angeli cantati ca nesciu,

la Madonneja u figghju parturiu.

Lu Bambineju, a nuda ‘ntà la pagghja

vinni mu porta amuri e mu ndi pigghja.

“Oi figghju, nenti haju pé mangiari

sulu stu pettu mio mu poi ‘mbiviri,

e latti u Signuruzzu  ‘ndi  ‘mbivia

tuttu prejatu allu sinu di Maria.

Cu vilu i Mariuzzeja eni ‘mpasciatu,

o pettu da Madonna eni pasciutu,

di li pasturi tuttu abbivaratu,

di mali genti è smalidiciutu.

Ma a notti santa, è i tutti li genti,

cui ‘nci porta na pecura e cui nenti,

e a luci di la stida chjù lucenti

‘nci l’apri na finestra pe l’orienti.

Eni la stida c’accurcia lu caminu

alli re chi vannu u trovanu u bambinu,

ca quandu u scuru, jornu poi si fici,

a guerra si quetau e diventau paci.

Maria chjù chjantu all’occhj non ‘d’avia,

ca l’angelu parrava e dija sapia.

A naca ‘nci facia allu Signuri

c’avia nesciutu notti di Natali.

Cantati o pastureji cu Maria,

anzemi cu Giuseppi,  allu Missia,

e quandu u sonnu cala all’occhj soi,

faciti comu fannu u ciucciu e u voi.

Portatincindi seru cu i ricotti,

nuciji e ficu sicchi e canni rutti,

portatinci vrasceri e fati rota

ca no finiru mai i tempi i na vota.

Zampogni e ciaramedi, fati cantu,

girati mari e mundi senza cuntu,

e quandu a stida ‘ncelu la viditi

a ‘mmenzannotti , ‘ccà u jornu trovati.

Curriti prestu, nesciu lu bambineju

e la Madonna soi lu teni ‘ncoju.

Lu patri, caru mio, non sa chi fari,

‘mbitau tuttu lu mundu pé pregari.

Io pregu mentri cuntu sta poisia:

ca a scrissi pe Gesù e non è pé mia

e mentri diju dettava e jio scrivia,

vicino avia a Giuseppi cu Maria.

Giusy Staropoli Calafati

  

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14/11/2011

A TURRI

La mano ignobile dell'uomo e la sua ignoranza; la pochezza dell'essere e la sua intolleranza; la banalità del vivere di alcuni e l'indifferenza di molti, hanno portato ad un risveglio insolito per il borgo marinaro di Briatico. Quella dolce, bella, solitaria e secolare torre saracena, è stata assassinata da colori e pennelli che indegnamente l'hanno arresa. Mai nei secoli tale affronto alla storia era avvenuto nella mia Briatico.  Oggi incomincia davvero una nuova era! Assassini....

A chija marina  mancu lu fajettu

ebbi potiri cuntra a stu delittu.

Vinniru di notti a luna chjna

Mu scrivinu la chjù randi ruvina.

L’arrivotaru comu l’assassini

Senza mu ‘nci cuntanu li peni

Ca sulu a turri nd’avenu dassatu

Mu cunta e mu stracunta du passatu.

Avemu pe cumportu alla marina

Na turri chi stavìa pedi alla rina

Era chjù bella di tricentu suli

Spandìa tisoru e ‘ndi cuntava sali.

Ogni varca di lignu chi passava

Vidìa la bella turri e a salutava

Cuntava tutti i petri chi ‘nd’avìa,

Lu tempu, chi a marina la potìa.

Di stu paisi mio chi vaci a mari

E mu si teni non c’è gutumari,

‘Nci sbenturaru puru sta bellizza,

Genti di malucuntu e malarrazza.

Malitempi e terramoti, nuju a potti

Seculi e seculorum e mancu catti,

fu n’assassinu sulu chi a potìu

e la bellizza soi ‘nci rivotau.

Ma nommu avissi mu rumba lu mari

Di pedi ma ncumincia a scotulari

Mu s’aza la hjumara u faci trona

Mu si ‘ndemonia a terra e pemmu u trema.

O assassini brutti adduvi siti?

Senza rigettu comu vi curcati?

Avemu sulu a turri pe riparu

e mo na mazzara, tenimu pe cojaru…

Finiru i libbra e puru li paroli

li canti e li stornelli popolari.

Puru la turri pottaru toccari:

"li porci hannu la zimba pe scorciari."

Giusy Staropoli Calafati

 

 

 

 

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04/11/2011

VIVO AL SUD

(Foto tratta da: http://www.ilgiornaledelturismo.com)

Vivo al sud distrattamente.

Mentre penso e scrivo

mentre leggo e vedo.

Vivo al sud incosapevolmente.

Mentre lotto e grido

mentre affanno e vivo.

Vivo al sud volutamente:

per vivere al sud e morire.

E adesso vivo!

Giusy Staropoli Calafati

12:15 Scritto da: giusystar99 in le mie poesie | Link permanente | Commenti (1) | Segnala | OKNOtizie |  Facebook