17/05/2013

Salone Internazionale del libro: Natuzza Evolo due chiacchiere con Maria

NUOVO LAVORO: Natuzza Evolo -due chiacchiere con Maria

Natuzza Evolo -due chiacchiere con Maria / Calabria Ora 16/05/2013

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14/05/2013

RIDATEMI IL PAESE

Si son fottuti tutto il mio paese
e pure la madre che l’ha partorito
facendo affari loschi e male cose
a nome della patria e di un partito.
L'hanno sputtanato in fronte al mondo,
togliendo pure Iddio sopra la croce
come uno zingaro che nomade va andando
senza di un nome, senza la sua voce.
Un malfattore appeso a capa sotto
che muto tiene il grido suo dolente,
a pancia piena a con il culo rotto
per colpa di un fetuso governante.
Tutti eleganti, intitolati e buoni,
‘sti figli di ciuccia con il sacco grosso
con corna di vacca e ammanchi di coglioni
spolpandogli, fetenti, osso e mastr'osso.
In processione politici ruffiani
che han da ripezzar le pezze al culo.
Fedeli assoluti di santuari pagani, 
dov’è che Cristo esce ed entra il mulo.
Brutti assassini che se ne stanno a spasso
'sti mangia franchi di un governo matto
a celebrar l'orror che hanno commesso 
che pure il lutto si son giocati al lotto.
Uno scirocco spira sui pennacchi
scordandosi l’onor della bandiera.
Niente uomini al governo, tutti scecchi,
a impappinar la storia e farla amara.
Tornatemi il paese, voi, profeti, 
che avete fatto solo il cazzo vostro
quand’è che con i nostri voti
pure un cazzone,qui, s’è fatto mastro.
Ridatemi quel che m’avete preso
ché io voglio campare a testa alta,
non voglio più tenere duro il muso
che l’ignoranza mò s’è fatta colta.
Politico di turno che stai sazio
e del paese mio tieni la chiave,
guarda il paese e piangiti lo strazio
che parte e non ritorna più la nave.
Mò passa il santo ed è l’ultima volta
che si scappella al popolo italiano,
pensa a tuo figlio e ammansa la rivolta
questo è il paese mio, non di nessuno.
Nessuno sarai tu, l’ingovernato,
che si è mangiato cose case e chiese
ti prego e questo è l’ultimo mio invito
di figlia italiana e mamma calabrese:
“Tornatemi il paese mio, in contante,
l’Italia che vi ho dato e il suo valore 
la dignità e la dote mia di sempre
                                              la casa di mio padre e pure il cuore”.       (giusy staropoli calafati)

11:21 Scritto da giusystar99 in le mie poesie | Link permanente | Commenti (0) | Segnala | OKNOtizie |  Facebook

la poesia è.......

La poesia è una scatoletta di carne saporita, che resta senza termini di scadenza nella credenza di chi la sperimenta, da mangiare mano a mano a pranzo e a cena; è un cunicolo a giorno senza dazi per il pedaggio, da attraversare lento nei giorni pari e dispari; è la prima e ultima scoperta da fare appena si nasce e prima di morire. E' la sola occasione di parole che ha l'uomo, che propaganda l'essere che gli appartiene, concedendogli, nella misericordia dei versi, la grazia che spera, accompagandolo nel raccoglimento armonioso che questi merita attraverso la conversione di cui ha bisogno per vivere. E poi non importa se la politica rosica, la società risica e la cultura ansima...., il poeta si spreme sfinendosi donando agli altri la salvazione dello spirito di cui l'anima ha bisogno.... E per la redenzione altrui, si allontana egli stesso dai versi, dopo che scrive. Perde la poesia cedendola a chicchessia, cosciente che la poesia, non perderà mai il poeta.
E non c'è scampo: la poesia resta poesia da questa all'altra sponda. Sempre....
E saremo salvati, se avendola, porzioni d'ogni misura ne serviremo a chi ha fame, nel primo secondo terzo e quarto mondo! gsc

CALABRIA

11:13 Scritto da giusystar99 in calabria, pensieri | Link permanente | Commenti (0) | Segnala | OKNOtizie |  Facebook

(...)

Le mani sopra il petto e il tuppo in testa, con la veletta in segno di rispetto al Padreterno e a tutto il paese, in processione verso la chiesiola, solevano portarsi le signore. Tutte pacchiane dalla testa ai piedi, e pure fino a dentro il regipetto, dove portavano i soldi dell'offerta, arrivoltati dentro un fazzoletto. E tra le mani rosari fatti a coccio da sgranellare durante il cammino, che come l'arciprete sopra il pulpito, si presentava come un corvo nero, le donne tutte a fila e tutte assieme, un segno della croce e santa messa. E fuori una cordata di bambini a fare monellate e giri tondi, coi pantaloni corti e un'ignoranza da farci cotolette per cent'anni. Poveri 'nocenti! E che colpavano sti disgraziatelli, se la carne trita non la conoscevano, e ridacchiavano a scoprire alla gallina, se lo teneva l'uovo dentro al culo. La vita se la spassa all'infinito, al sud al nord e in tutto il mondo intero. Chi nasce povero, chi tondo chi quadrato, chi senza un Padreterno e una Madonna in cielo. E chi Madonna e madre ammaglia sempre, e alle minnelle latte porta ancora, che al sud, pure che il tempo passa, la storia del paese non finisce. E si ripete un'altra volta ancora.... gsc

11:05 Scritto da giusystar99 in calabria, le mie poesie | Link permanente | Commenti (0) | Segnala | OKNOtizie |  Facebook

LO SCRITTORE

11:00 Scritto da giusystar99 in calabria, pensieri | Link permanente | Commenti (0) | Segnala | OKNOtizie |  Facebook

02/05/2013

...

Se la Calabria è un peccato andrò piantata all'inferno; se è l'inferno, scontato il peccato d'abitarla, cavalcherò l'ascesa al paradiso; se è il paradiso, ci sono e ci resto a godermelo come Dio comanda...,    alla faccia di chi non ne ha voluto che sapere, scappandosela lontano da sua madre, mille miglia. gsc


15:03 Scritto da giusystar99 in calabria, le mie poesie | Link permanente | Commenti (0) | Segnala | OKNOtizie |  Facebook

24/04/2013

Senza biblioteche(pubbliche) s'impoveriscono anche le case (private)

E se non restano più nemmeno libri,

tanti da perderne il conto spargendo nell'aria ad ogni stagione il profumo della carta colta, che ti mozza il fiato, perchè ogni libro è una corsa da correre a perdifiato, non ci saranno più nemmeno scrittori capaci di raccontarci ancora.

La biblioteca è una casa animata con il volto famigliare. Un salotto dove si conservano storie che non finiscono mai. Una stanza dove si accomoda gente e gli scrittori, morti e vivi, continuano a scrivere, di pugno e di petto, raccontandosi ancora, sempre, instancabili. E si ricordano tutti i mastri e i maestri della penna come Strati, Alvaro, Perri che a più mani si sono raccontati raccontando di una terra sola e un solo Aspromonte; Campanella, Repaci, La Cava che hanno sacrificato vite a scrivere della Calabria e dell'appartenenza al sud che li ha resi immortali; Calogero che a ricordarlo non restano che le biblioteche vicino a casa, ché pure Villa Nuccia si è finita; Costabile che fu più sperto d'altri poeti a far fiorire una rosa dentro ad un bicchiere in un meridione di spine e di sangue. La biblioteca, (benedetto sia chi la mantiene, in questa città difficile da governare) è un suolo benedetto da Dio, dove di meraviglie sue ce n'è infinite in ogni libro.

E' una casa, dove per amor del sapere e ancor più del far sapere agli altri quanto più c'è da sapere in questa vita, imparando a conoscere la bellezza di un libro che ti parla leggendolo, si impartiscono lezioni gratuite di conoscenza pure alle bestiole che per pascolare devono essere sperte e sapienti. E' un luogo dove è tutto al plurale, che suda e fatica nel caos quotidiano, per presentare alla gente e ai figli, gli scrittori parenti della terra, nostrani e forestieri, che per questioni di libri, bontà loro, hanno tutti un sangiovanni da spartirsi, messi negli scaffali, ordinati uno ad uno, piano per piano, per decenza e morale, pari e dispari, per fioritura e profumo, tutti assieme sotto uno stesso tetto a più stanze guarnite con tavoli e sedie e finestre dalle quali cogliere il canto di un passero e la voce di un paesano chiunque sia, restituisce ai libri il senso e l'anima, la stessa dei luoghi che li contengono.

Mia madre (TERRA) non si tocca! E mia madre sta in questo o in quel libro, a Vibo, nel mondo, in BIBLIOTECA... Non rendeteci orfani finchè ci campano le madri e i padri e se non ci credete venite a trovarli in Biblioteca: avrete l'imbarazzo della scelta da dove incominciare a cercare....


E dopo che avrete trovato, pure voi, il tesoro nascosto in biblioteca, pentitevi, consegnatevi e forse, noialtri che di libri viviamo, leggendo e scrivendo, vi perdoneremo....


Tagliate gli alberi che non fanno frutto, amministratori, tutti gli altri son già nella stagione della fioritura e il SBV(sistema bibliotecario vibonese), fiorisce quattro stagioni all'anno..... gsc

15:30 Scritto da giusystar99 in narrativa | Link permanente | Commenti (0) | Segnala | OKNOtizie |  Facebook

15/04/2013

Calabria: scrittoio di tanti scrittori ieri e oggi

Tra i fiumi di ginepri indolenti, le essenze magàre dei cedri, la corale dei gelsomini, la prepotenza delle zagare e il profumo essenziale dei bergamotti, la Calabria, da sempre chiusa nel silenzio mistico del suo Sud, che le appartiene col sangue e con la carne, tra scecchi, fienili, case coloniche e manovali a cottimo e a giornata, dà i natali a grandi intelletti e luminari. Uomini di penna con teste gloriose da passare agli annali della storia e della letteratura come patrimonio dell'umanità. E si va in groppa a un asinello, che va legato dove il padrone vuole, a zonzo per le fiere letterate calabresi: da Crotone che partorì Pitagora, a Cosenza che vide fumare la scienza di Telesio, a Sambiase che fiorì la rosa di Costabile, a Melicuccà che registrò all'anagrafe la poesia di Calogero, fino all'insud più assoluto e ostinato, verso più infiniti paralleli che si aprono lungo il kilometro più bello d'Italia, come il poetare volle nominare, dove uomini che hanno lasciato il segno e la giacchetta senza fiore nell'occhiello, ma una penna dentro nel taschino che di inchiostro ne ha versato a vita, regnano ininterrottamente nei latifondi colti della memoria che s'apre, vivente, tra le ariose pagine di una potente letteratura nazionale. E’ proprio sù sù, in sù le vette alto elevate che si affacciano sul sacerdotale mare dello stretto, tra i cavalloni che corrono fin sopra la spuma di miti e leggende, che in più terreni, da ventri materni furono appostate mine intelligenti in carne ed ossa. Una fiera di letteratura: Tommaso Campanella , Corrado Alvaro, Leonida Repaci, Mario La Cava, Francesco Perri, Saverio Strati. Tutti figli di Calabria, tutti eletti. Saverio Strati, tra tutti ancora vivente, diventa altro che una questione meridionale. E lascia la manicola per la penna! Se lo sono scordati tutti, pover'uomo, profeta dei libri scritti a mano. Pure i parenti e la terra. Eppure ne scrisse di Calabria, Aspromonte e uomini, che in quei libri non smettono mai di raccontarsi. Figlio di muratore, povero dalla nascita, grazie allo zio d'America trovato, Strati inizia la sua carriera di scrittore, penetrando come una furia ruggente, nel panorama letterario italiano, cogliendo di sorpresa il lettore, che diede nell'immediato, pieni consensi alla sua coinvolgente, ricca e vivente prosa. Saverio Strati, oggi, rappresenta uno degli ultimi scrittori viventi del ‘900, al quale la Calabria deve grandi riconoscenze, per aver saputo nelle sue opere, riportare per esteso, in maniera concreta e reale, la vita i profumi e i venti furiosi e ribelli di una terra, che comunque vada, anche dopo morto gli resterà parente tale e quale a sua madre. Strati nasce nell'Aspromonte delle meraviglie, lassù dove c'è una felicità tale, che solo a piedi è possibile raggiungere. Lo stesso Aspromonte di Corrado Alvaro e della sua gente in Aspromonte, che quando Strati pubblicava "La Marchesina", lo stesso anno, Alvaro moriva. La stessa terra di Francesco Perri sofferente per il lascito e la spartenza dei suoi “Emigranti”. Tanti uomini di Calabria e un solo Aspromonte, una sola Sila, un Pollino e una trama antica raccontata in tanti libri perchè il mondo non se ne scordi e la sua gente non finisca mai di essere raccontata raccontandosi. Di Calabria letteraria è tempo toujours, perchè dopo che muore ogni scrittore ne nasce sempre un altro che racconta ancora. 
La Calabria pare voler essere uno scrittoio per tanti scrittori, tutti figli, di notte e di giorno, nella quiete e nella tempesta, sempre. 
Non abbiate paura a riesumare scrittori del secolo scorso leggendone i libri. Non temete a leggere scrittori del secolo odierno creatori di infinità di libri nuovi, fatti di morale e decenza propria. La concorrenza è invendibile, l'accostamento inevitabile, la differenza possibile, la singolarità ineguagliabile, la continuità legittima! I vecchi con la saggezza e la potenza di una manovalanza antica, non offuscheranno mai i nuovi, nè i nuovi scaraventeranno i vecchi all'ombra di un fico o di un ulivo che sia.... Quello che è stato scritto ieri è storia oggi, quello scritto oggi sarà storia domani.... La letteratura calabrese sembra un treno in corsa, e per fortuna. Gli scrittori di questa epoca contemporanea sono grandi penne di cui andare fieri, vantarsi, che se anche in maniera differente, seguono il lavoro duro di chi per prima è passato agli annali della storia... E dopo Strati, che vive ancora pur appartenendo alla vecchia nomenclatura letteraria, legata a secoli passati, la Calabria scrive come allora, più di allora. E presenta Mimmo Gangemi che seppure ancora non è stato coronato del Campiello, (chè qualcosa di più gli spettava) con la Signora di Ellis Island, ha lasciato il lettore col fiato sospeso, libro straordinario che si apre in ritratti autentici della Calabria famigliare ed emigrante, palesandone l'intimo assoluto della sua gente, con un'affinità di parole bellissime; Carmine Abate, con Campiello meritatissimo, che ha saputo diffondere in più mondi il profumo del Rossarco con la fatica de La Collina del vento; Gioacchino Criaco, con le sue Anime nere, garante di una Calabria aspromontana autentica e matriarcale; Daniel Cundariri che impartisce lezioni di difesa offrendo a chiunque le giuste Istruzioni per distruggere il vento; Francesco Bevilacqua che presenta itinerari di Calabria autentici, narranti più infinti in una stessa terra; Santo Gioffrè che eleva una piana assunta di ulivi secolari, perpetuando la sua Seminara al fianco virtuoso di Artemisia Sanchez; Pino Macrì che fronteggia la bellezza indicibile di questa terra portando allo scoperto gli inediti straordinari di Eduard Lear che ne disse di belle dopo il suo viaggio in Calabria, e tanti altri (e perdonatemi se non ho scritto tutti, nome per nome) che scrivono e raccontano così come è giusto che questa terra e le sue tante storie vengano raccontate, perchè un modo e un tempo giusto per farlo non esistono. Quaggiù esiste solo il tempo per scrivere, e grazie a Dio, da tutti i tempi, le penne non mancano..... e se la fanno crescendo. Perchè scrivere in Calabria è un godimento, scrivere della Calabria è più godereccio ancora...
E dopo queste bellezze della penna, vi lascio l'appuntamento con la mia prosa sconosciuta..., che se presto o tardi un editore la scoperchia, ne leggerete delle belle, storie cotte e crude e tutte fatte nella biblioteca del contadino dall'Aspromonte al Pollino.
" (...) e si voliti boni mu staciti / aviti mu scriviti e mu lejiti." gsc

09/04/2013

(...)poe....ta...sia

"Se il poeta tace bruceranno di sale le mani sul cuore. Egli, il poeta, non può tacere. (...) E scrive un altro verso ancora......."gsc

E' l'illuso il poeta, è un guitto, un giullare che non sa commediare, è palese reale crudo e nudo, sanguinante e scosciato come un agnello che suda per scrivere e s'affatica. Possiede tempo per scrivere, tanto tempo che l'uomo che gli resta accanto non capisce, mai, che è egli stesso il tempo che tiene il poeta e lo accompagna nel peregrinare di versi faticosi e ribelli....

Chi fermerà il poeta? La morte? No! Nessuno fermerà il poeta...

Il poeta è come la poesia che scrive: per tutti e per sempre.... La poesia è la fede del poeta, il solo miracolo, in terra, che riproduce a parole i suoni impercettibili del cuore. Il coraggio del poeta e tale e quale a quello delle madri che non si curano delle doglie e partoriscono..... 
E buona poesia al mondo che non ha concorrenti in poesia, eccetto Dio...gsc

04/04/2013

IO RESTO IN CALABRIA

Resto in Calabria perché non rinnego mia madre terra;                                                                                                                                    

Resto in Calabria perche' sotto questa terra riposano i miei padri;
Resto in Calabria perchè è la terra dei miei figli e non la  disconoscano nella  stanchezza;
 Resto in Calabria perché bambini che sognano ne nascono ancora;
 Resto in Calabria perche' la mia terra mi vuole;
 Resto in Calabria perche' io voglio la mia terra;
 Resto in Calabria per ché devo rispondere alle sue chiamate;
 Resto in Calabria perche' devo sollevarla nelle cadute;
 Resto in Calabria perche' la voglio presentare alla gente;
 Resto in Calabria perche' il potere non me l’ammazzi;
 Resto in Calabria perche' il mondo non se ne scordi;
 Resto in Calabria perche' questa terra mia non si addormenti;
 Resto in Calabria perche' i miei sogni siano la sua veglia;
 Resto in Calabria perche' la Calabria è dentro di me;
 Resto in Calabria perche' il mio cuore è legato a catene;
 Resto in Calabria perche' le mie radici sono più forti delle mie ali;
 Resto in Calabria perché la Calabria è un destino dentro al cuore che ti prende e non lo sai lasciare;
 Resto in Calabria perche' si muore dove si nasce;

 Resto in Calabria perchè qui nacqui con il sapore del mosto e quando la vidi, a mia madre dissi: "questa è  la mia terra e qui ci resto, madre, perchè altri vivano dopo di me!.(giusy staropoli calafati)

 

 

 

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18/03/2013

A PAPA FRANCESCO


E se l'uomo ha un tempo che non sa d'esistere,
il tempo di Dio non è, una passatella d'ore, uguale al suo.
Nemmanco una chiacchiera di troppo all'osteria,
nè l'enalotto combinato che se sbanca fa allegria.
Non gli è pari nel perpetuarsi, 
in qualunque parte della terra esso sia. 
E' differente il suo tempo!
Lo sacramenta nei poveri; 
nelle mangiatoie disabitate e deserte;
nelle culle innocenti e incompiute;
nei ventri disabitati e sfitti; 
nelle case contaminate, mai benedette;
nelle famiglie contese, nelle chiese disfatte;
nei presepi sconsacrati dalla fame, 
per la farina finita e la fine del pane;
nelle distese d'ossi di seppia consumati, 
che li sdossano dal niente che rimane 
i cani sciolti infamati;
dentro i giorni soli, più mondani, 
dove sono i padroni a confessare i cani;
in mezzo alle croci povere senza Cristi 
dove i diavoli pazzi si prendono i gusti.
E' un tempo che non tiene un orologio,
il tempo di Dio, è il perdono egregio .
Niente anni, secoli eterni... Tutto è tempo suo,
tempo d'amore che non va perduto,
tempo che scopa paletta e cuore, va recuperato.
E scorre con la meraviglia delle fiumare erranti, di montagna, 
nell'arioso meritevole letto che gli è dato 
che rimira inaudito la lontananza del cielo
che si pone sopra il capo scialli azzurri,
e ricami di nuvole bianche smerlate di grazia eterna,
ne contiene dozzine interminabili.
Ti disturbo oh mio Signore, vieni,
io non mi stanco, tu non mi stancare, mai,
finchè non ti sarò vicina, inesauribile, sopra il tuo petto, 
e tra le tue mani, patite di paterno alare,
avrò posato la mia rosa di maggio, del mio sud,
color di rosa, essenziale. 
Papa Francesco, 
è il passero, solista, in mezzo ai poveri Cristi di tant'anni,
che cinguettano beati in riva al cielo vecchio, 
che non ne vuol sapere di morire.
E tiene incorporati, con creanza,
anni di spirito santo, sapienze di sud,
di terre finite, nel mondo alla fine. 
Ha la manovalanza del pastore, Francesco,
é lui, il pastore, che porta sopra il volto di creatura,
l'anzianità inesauribile del Padreterno suo e del mio.
I pastori sono uomini antichi e belli...., 
che si conservano intatti nel tempo, 
gli indici della vita.
E ripenso, alla misericordia 
che conservano nell' età che passa, 
i pastori dell'Aspromonte e della Sila. 
Anziani coltivatori di storie, 
padri amorevoli di greggi assunte 
che invecchiano beati tra le pecore: novantanove più una..... 
Uomini di Dio, fatevi della terra, 
terra degli uomini, fatti di Dio! 
E di tempo ne avanzeranno intere giornate....
Giornate di Chiesa, donna serva e servita, 
contemplate dall'innocenza filiale, 
che s'alza novella sopra il mondo
e s'alzerà ancora, un'altra volta,
quando Francesco, che scelse l'offerta di Dio, 
accettandosi Papa della chiesa,
mandando al rogo,l'offerta sacramentata del diavolo,
se ne starà, di giorno in giorno, uomo e Dio,
a parlare con i suoi liberi uccelli 
confessandogli l'amore per suo Padre...
Da sud a sud si spartono i sogni e l'amore, 
su tutte le terre e sopra qualunque mare:
eccomi Francesco, davanti a Dio, 
mi chino a pregare per te, 
che sei la chiesa dell'amore povero e popolare....
Rabbunì, aiutami Francesco, 
aiutami a pregare (per lui). GSC

15:23 Scritto da giusystar99 in le mie poesie | Link permanente | Commenti (1) | Segnala | OKNOtizie |  Facebook

13/03/2013

A TRILUSSA(e perdonatimi se ho errato nel linguaggio, non son di Roma, ma vengo dal paese, che ha voce di una donzella calabrese)

16:59 Scritto da giusystar99 in le mie poesie | Link permanente | Commenti (0) | Segnala | OKNOtizie |  Facebook

09/03/2013

FAMIGLIA: UN BENE ALL'USO ANTICU

E ripensando a quella buon'anima di nonno mio, pace all'anima sua dov'è, e alla mogliera sua, nonna mia cara, morta d'un male che me l'ha sciupata mano a mano, un pensiero solenne m'affiora alla mente: è la bonta dell'usu anticu. L'usu anticu nel presente modernissimo che cerca in moglie, una femmina di primo pelo, partorita a tempo, da un futuro assai spaccone, che porta in dote lame affilate come le 'zzaccagne alla gola degli infami, è cosa necessaria assai. Il futuro, per natura sua, e non perchè lo dico io, che nemmanco il padreterno m'incarica di certe autorità, ha una trama antica e s'impoltrona sempre sui troni degli avi che hanno regni di prima mano in ogni parte del suolo, a chiunque questo appartenga. L'usu anticu, il passato, la storia, la tradizione, hanno una matassa complicata da sbrogliare, e il bandolo lo tengono,nelle credenze che di tanfo ne hanno da contare mill'anni e tanti più, le famiglie, che restano l'unica bomboniera riempita di confetti che non scadono mai. Bianchi come le spose gentili che di veli se ne son passate di mano in mano, da intere generazioni. E ripenso, con la fraganza di una violetta cresciuta torno torno alla fiumara, e la leggerezza di un passero solista sopra il paese, ai Malavoglia, tutti figli leggittimi di quel gentiluomo del Verga Giovanni, che di famiglia avevano impresso lo stemma sopra il volto, e poi, senza congedarmi dal pensiero, rianimo, a mente, la mia famiglia, e penso e ripenso, che è fatta di carne e di uomini e di padri e madri e di figlie e figli partoriti con doglie in mezzo al grano, sopra il letto, tutti tirati dalle mammine, e tutti di giorno alla luce del sole. E nella memoria mi scorrono le voci dei bambini e le facce dei parenti, tutta una stirpe, che della famiglia, ha l'antico bene, che accresce di ora in ora, e l' usu, che le rafforza il fusto. Ed è è come le cinque dita della mano, presto o tardi, stretta sempre in un pugno chiuso.... Ci provi a batterla, nella sua antichità, che gli porta il bene pure dei santi, chi usa le mutande di pizzo nero, nel mentre che noi usiamo i mutandoni, e di separarci l'uno dall'altro, credetemi, ci mancano i coglioni.... gsc

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01/03/2013

(...) CENNI

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Dal "Quotidiano della Calabria" del 01 marzo 2013

07/02/2013

CONFESSO CHE VIVO AL SUD

E confesso che vivo al sud.

Vivo al quarto piano di un palazzo del sud, da quarant’anni, circa, quasi, con quattro figli e un mare che da allora lo vedo alzato più di quattro dita e non si ferma. E si fa di mareggiate la sua vita,  da dar spettacoli all’aperto senza cercare soldi a chi lo guarda. E su di esso se ne fanno di fantasie e scommesse!

Vivo al sud, in un paese, che dopo il terzo, pare il quarto mondo per antonomasia,  per le cazzatelle che combina e somma alle sventure che gli imbattono per combinazione.

E dopo la terza traversa andando verso il mare, che spiaggia occhi di canna alla rinfusa , nella quarta, in una messa ad angolo perfetta, risiede alto,come un gendarme armato, il mio palazzaccio bianco e nero, passato agli annali della storia  per il suo starsene a nasca all’aria, in bocca a Stromboli, sul picco dei tramonti, a ogni stagione, che di ore ne governano a dozzine. E se ne vanno al vento , pari e dispare, fin su la solitaria meridiana, d’un’altra casa mia, portata in dote, antica, i petra e tahju, e impaccita per i canali, clic e clac, che gli piovono d’inverno e il caldo che d’estate me la coce in piena fronte, sul corso  principale del paese, a mezzo passo dalla chiesa matrice e il campanile con  tant’anni addosso, che pare non sentirne nemmanco uno, tanto suona e risuona ogni mattina, e la domenica tintinna un din don dan di lusso,  spaccone poco e riservato come quello delle spose tranquille, di maggio e di settembre.

E in quarant’anni, circa, quasi, non ho mai chiesto al mare, un sol piacere che non potesse fare, e nemmanco la cortesia, da paesana, di rallentare la sua rema, mettendogli a tacere, il tran tran dell’onda  sua battente. E rumoreggia H24, senza sosta, alzandosi sul collo della spuma, con zattere in andata e altre in ritorno, zeppe di pensieri , che l’acqua sua frusciante, prende e mantiene a memoria nel suo abisso, a notte fonda.

E a ogni cambio di mezza giornata, guardo con gusto, oltre i due quadri di vetro che dalla mia cucina mi prospettano, un niente assurdo che s’accoppia da ogni lato all’orizzonte  e a un mare che di mediterraneo ha colori e suoni riconducibili ai miti e alle leggende, contenute da secoli in riserve memorabili che appaiano impossibili da consumarsi prima o poi.

E dall’angolo di un terrazzino, messo di fronte al sole e di spalle al mare, che tutto quieta ma il remigare suo non ferma mai, mi gusto, starsene supina e pensosa, una naiade, ferma lì, a fantasticar con me, alla fontana che bevvi da bambina, ancora cretta e più biondina, con una peluria che me la sfottevano a scuola e in giro in giro, i miei compagni delle elementari, che in un  pensiero mio veloce, raggiungo ancora  in pieno.

E sul balcone, fiorito di gerani, si posa, scampanellando, il tintinnio del sole, che spia le mosse dei passeri e dei bambini, rimasti, pochi e niente, a chiacchierare.

E dal quarto piano, del mio palazzaccio bianco e nero, guardando il mare che non finisce mai, vivo al sud e sembra l’eden…., e il belvedere di casa mia, porta affisso un cartello, intorno al collo: “proprietà privata”, forse. E mi sazio di quell’aria che non finisce. Che d’inverno cresce e scrosce e d’estate , scirocca e s’assopisce.

E a scendere le scale, che l’ascensore è un film che non si gira che pare che non si trovano registi, rasento le strade, le vie annomate a questo e a quello, fuori e dentro la quarta traversa, quattro metri in avanti e altri quattro indietro, e percorro a scendere e a salire rampe di gradini, avanti-casa,  che nemmanco la voce sembrano avere più. E le vedo invecchiate,  stanche, quelle stradine di pietra che  percorrevo , un tempo, a sette anni, a piedi, per andare a scuola, infiocchettata con il grembiulino blu e il colletto bianco, e che oggi percorro in macchina, botta di lampo, (mancu nu passu a scaza si faci chjù)  per accompagnare i miei figli che di anni ne hanno a varietà: dodici, nove, sei, tre; che pare di giocare all’enalotto.

E son le strade cotte e mangiate, da chicchessia, in cent’anni e più di questi, che portano dal fornaio fino al fruttivendolo, dopo l’ufficio postale, a lato della banca che non c’è più, fino davanti la casa del comune, dove più d’uno si è mangiato osso e mastr’osso di cani e cristiani.

E tutto sa di tutto e anche di niente, e io ci vivo…

Ma in quel palazzaccio bianco e nero, al quarto piano, nella quarta traversa, a quarant’anni, circa, quasi, con quattro figli, fremo e tremo, ché il tempo passato non torna e quello che c’è è già finito…

La casa della scuola, per esempio, (che dove c’è ignoranza Dio ci manca)intestata a un sommo uomo, colto di che visse a che ci è morto e pure dopo,  che prima nel giardino produceva, al naturale, altro che bio, margheritine per la camomilla, tali quali a quelle di mia  nonna, che lavava con gli impacchi tutti i figli, ora puzza di fumo per quella malanova di sigarette che si fuma come una dannata, senza aspettare di diventare grande.  E brucia tappe e toppe come vampe di fuoco che nemmanco il Padreterno, a pregarlo, le può tornare, un giorno. Si incanna dal sole al tramonto ed è allucinante il suo bisbiglio, incredibile la sua cera, particolarmente sfusa e sparigliata la stabilità su cui si puntella quando s’accorge di tremare e prende coscienza che se cade, da terra non s’alza più com’era. Povera ciòta! Che se inciampa, (e a me pare che si è già fottuta per più della metà), si strafotte pure il dialetto( che ancora –per poco- le riesce bene), e la sola possibilità che ha di insegnare tanto  ai giovanotti perché questi ne sappiano di più da grandi. Ché non sempre è carnevale…, e le chiacchiere van bene!

Peccato però che quel che sa, in faccia al mondo, non lo ricorda. E un paese che non ha memoria e si mangia per rabbia, a pranzo e a cena, la sua storia, nemmeno morto trova pace.  Nemmeno morto…!

Eppure, io ci vivo, qui, al sud. Ci vivo con la nomina, forse,  di scimunita,  che a quarant’anni, con quattro figli, ha ancora mille sogni. E ci resto, perché  mi sento d’essere in dovere, verso mia madre  e nei confronti di mio padre e  sento d’essere ancora in tempo, e lo sono, di cedere al paese, il mio paese, un pezzo di cuore, del mio cuore che batte, per riportarlo in se stesso, in  vita, e passarlo sanizzo , battezzato e santo, in eredità ai miei figli. Con una meridiana felice della sua vecchiaia che segna le ore da mezzogiorno a mezzanotte, un mercato e una bottega in più, che non c’erano prima, una scuola con margheritine per la camomilla in ogni classe, tanti giovanottini e signorinelle seduti nei banchi volenterosi di sapere, infinite pagine di cultura con le mille essenze del tempo  e fumi di scienza che escono dalle  teste, in tante troppe teste, perché domani questo paese sia primo, tra i più belli del mondo.

E allora, io ci sarò ancora, spero,  a vivere al quarto piano di un palazzaccio bianco e nero, con quattro figli fatti uomini, a più di quarant’anni…, confessando ad altri che vivo al sud e tanto che l’amo, non potrei lasciarlo mai!

giusy staropoli calafati

16:47 Scritto da giusystar99 in Briatico, calabria, narrativa | Link permanente | Commenti (0) | Segnala | OKNOtizie |  Facebook

29/01/2013

BRIATICO SUL TABLET SONY! -niente di straordinario se la città fosse "almeno" ordinaria per i suoi abitanti... (la storia siamo noi)

La torre saracina di Briatico, mio paese natale e casa mia paterna e viva, sul nuovo tablet della Sony, come immagine pubblicitaria. Che grandezza!!!!! 
Eppure Briatico s’impoverisce a dismisura, poveri ciòti.
Non si comprende che la storia ci viene parente come una madre al figlio…
Sveglia gente che un popolo che non ha più voce, nemmeno morto può trovare pace. 
“Chi sbentura amara chi ndi ‘mbatti amici cari a stu paisi, chi l’atri si fannu belli e nui nci pagamu puru i spisi!”.
E mentre il mondo se ne serve per abbellirsi la faccia sua alla faccia nostra, e si ingrossa le tasche di quattrini, noialtri briaticoti che abbiamo l’oro nelle mani non ne sappiamo cavare nemmeno una bella foto da appendere al capezzale del letto assieme al Padreterno che certe bellezze, assai spannate e chiare, ce l’ha date in cambio di un po’ d’amore in più, per rafforzare al massimo il nostro senso dell’appartenenza. E la bella torre saracina, “chi mali tempi e terremoti nuju a poti”, la Sony, la utilizza come immagine pubblicitaria sul suo nuovo tablet. A pensare che l’ultima volta qualcuno disse a voce alta: -buttandola giù, la marina, si amplierebbe e non di poco, largo per tutti, panza al sole e niente ombra-.
Forza e coraggio, paesani cari, gente mia, che non si campa d’aria, e forse facendo un viaggio nella memoria finchè si è in tempo, un boccone ancora, potrebbe darcelo la nostra storia. 
Di Briatico son io nascente / d’originar paterno e figlia vera. gsc

15:23 Scritto da giusystar99 in Briatico, calabria | Link permanente | Commenti (0) | Segnala | OKNOtizie |  Facebook

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